Ancora sull’Unione – di Dimer Marchi

dimer due

Art. 5  della Costituzione Italiana
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei
servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i
principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Con questo articolo viene ribadita l’unità e l’indivisibilità del territorio nazionale, unità
conseguita attraverso il processo storico iniziato nell’età risorgimentale. La confermata
unità del territorio dello Stato esclude, pertanto, qualsiasi ipotesi di scissione.
La Costituzione, contrapponendosi all’ordinamento fascista che aveva attuato uno Stato
fortemente accentrato, riconosce e promuove il pluralismo territoriale, attraverso le
autonomie locali (v. art. 114 e ss.). Si riconoscono i Comuni e le Province, preesistenti
allo Stato repubblicano e si promuovono le Regioni.

Questi enti territoriali sono considerati come strutture autonome, fondate su assemblee elette che, all’interno delle leggi della Repubblica, possono esprimere, attraverso il voto degli elettori, orientamenti politici diversi da quelli del governo centrale.
Il secondo canale del decentramento è rappresentato dagli uffici decentrati dei Ministeri che, se da una parte stanno a rappresentare gli strumenti del decentramento, dall’altra hanno il compito di rappresentare il potere centrale su tutto il territorio nazionale.
A partire dalla legge n. 59 del 15 marzo 1997 (cd. Legge Bassanini), fino ad arrivare
all’attuazione della riforma costituzionale (L. cost. del 3/2001) , con cui è stata riscritto
quasi completamente il titolo V della parte seconda, si è giunti a ridisegnare le funzioni
degli enti amministrativi e delle comunità locali. La riforma ha inoltre previsto e
istituzionalizzato la Città metropolitana (v. art. 114). La riformulazione dell’art 114 non
pone, tuttavia lo Stato e gli enti locali sulla stesso piano; infatti, come viene evidenziato
dalla sentenza della Corte Costituzionale (sentenza n. 274 del 24 luglio 2003), lo Stato
mantiene la sua funzione preminente, sia nel rispetto di questo articolo, sia nel rispetto
dell’esigenza di tutelare l’unità giuridica ed economica del nostro ordinamento.
La potestà legislativa dello Stato e delle Regioni, nel rispetto della Costituzione e dei
vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, come pure le materie in cui lo Stato ha legislazione esclusiva, vengono elencate nell’articolo 117 della Costituzione.
(www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/Costituzione/)

Dimer

 

Dopo questa breve, indispensabile premessa, voglio richiamare la vostra attenzione sul primo dei due verbi : riconosce; esso indica chiaramente la volontà dei costituenti di creare una linea di continuità con la storia italiana di cui i Comuni sono parte fondante e precedente alla stessa unità d’Italia. D’altra parte, come ricorda il secondo verbo, promuove, essi vogliono superare l’errore commesso nel processo di unificazione risorgimentale, che spesso conculcò le articolazioni regionali procedendo ad un’annessione forzosa, ma, soprattutto la politica centralistica e verticistica del fascismo, contraria a qualsiasi manifestazione di autonomia territoriale, tanto da eliminare le assemblee comunali elettive, imporre i podestà, considerare i dialetti e il loro studio come un attentato allo Stato ecc…

Un’autonomia, dunque politica e amministrativa che si manifesta nelle assemblee elettive locali e nella figura del sindaco, primo cittadino; quindi autorità governativa dello Stato decentrato, ma soprattutto rappresentante della comunità e dei suoi bisogni. Uno dei problemi sempre più frequenti che i cittadini segnalano deriva proprio dalla distanza sempre più accentuata, anche in Comuni mediopiccoli, dai loro rappresentanti, perché la democrazia consiste anche in questo sentire vicini e contattabili i propri rappresentanti.
Se a ciò si aggiunge una sempre più diffusa esternalizzazione di servizi essenziali ( ad esempio quelli a rete) che spesso, oltretutto, assicuravano anche un margine importante di autonomia finanziaria, capite come mai si diffonda sempre di più la disaffezione verso la politica, anche quando si tratta di quella locale. Perché politica è scegliere, ma ormai, vuoi per le restrizioni finanziarie davvero importanti, vuoi per le leggi che “chiudono” il sindaco e le assemblee comunali in recinti burocratici e giuridici strettissimi, i sindaci e le rispettive amministrazioni sembrano piuttosto dei puri esecutori e i Comuni dei “bancomat” per il governo centrale.

D’altra parte oggi è assai deficitaria anche la parte relativa al “più ampio decentramento”. Ciò lo vediamo anche su un tema di particolare attualità: la sicurezza, vuoi perché talvolta si confonde il ruolo della Polizia Municipale locale con quello delle forze dell’ordine statali, vuoi perché gli organici dell’una e delle altre sono assai ridotti. Ora a noi sembra che una amministrazione locale, tanto più un’Unione dei Comuni dovrebbe partire da ciò che stabilisce la legge, attivare una seria ricognizione dei bisogni e un monitoraggio scrupoloso dell’esistente formulando conseguentemente un “piano industriale” che dia più efficienza e assicuri più risorse ai territori amministrati, non diventi la giustificazione di politiche sempre più restrittive e di servizi sempre più ridotti in persone e finanze.

A tal proposito nelle osservazioni dell’ANCI per il 2017al DEF si legge: “l contributo richiesto per il risanamento dei conti pubblici, gli effetti restrittivi della nuova contabilità, il congelamento della manovrabilità della leva tributaria locale ed il concomitante avvio della perequazione, hanno concorso ad una forte compressione dell’autonomia politico-amministrativa dei Comuni ed hanno altresì richiesto uno sforzo eccezionale, tuttora in atto, per l’adeguamento ai nuovi paradigmi. Preme in proposito evidenziare che, pur in assenza di ulteriori tagli alle risorse, la stretta di parte corrente sta continuando a manifestarsi per effetto dell’armonizzazione contabile, dovuta in particolare al progressivo adeguamento dell’accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE), per diverse centinaia di milioni annui fino al 2019. Gli accantonamenti al FCDE e agli altri fondi rischi previsti dalla normativa ammontano a fine 2016 a circa 3,5 miliardi di euro, con impatti molto differenziati per le diverse fasce di enti”. E, ancora: “Se l’obiettivo di contenere l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche deve essere perseguito con tenacia, deve tuttavia tenere conto che il debito comunale (meno del 2% rispetto a quello dell’intera PA) produce sui bilanci comunali effetti molto consistenti. L’incidenza media del debito (restituzioni e interessi) sulle spese correnti comunali è del 12%, con punte che superano il 25%, e risulta particolarmente gravosa per gli enti di minor taglia demografica” (da:Audizione ANCI sul “Documento di economia e finanza 2017”, Commissioni Bilancio Camera e Senato in seduta congiunta)

E’ in questo contesto che si colloca la riflessione sull’Unione, sulle sue difficoltà e sul suo rilancio.Il primo dato che io ho già denunciato in passato è stato la mancanza di ascolto e di “sguardo lungo”, come dimostra la vicenda del PSC, per il quale si sono utilizzati parametri e logiche di tipo prevalentemente quantitativo ed espansivo ormai “fuori tempo massimo”, comunque assai discutibili se si riconosce all’Ente Locale il ruolo di orientatore della domanda e di promotore del benessere dei propri amministrati: lo stato dell’ambiente, specie della qualità dell’aria, ma non solo e il tema dell’edilizia popolare e agevolata ne sono un’evidente dimostrazione.
Poi lo “studio di fattibilità in vista della fusione” è stato l’altra occasione mancata per affrontare con competenza e trasparenza una riorganizzazione, più leggera e più efficace, dell’Unione.

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Concludo con un contributo che mi pare interessante.
Le autonomie(V.Tocci, Dal troppo al niente della mediazione politica, Costituzionalismo.it)

La mediazione è venuta meno non solo nel Parlamento, ma anche nei rapporti tra lo Stato e le autonomie territoriali. Il livello di conflittualità determinatosi nelle relazioni tra le diverse istituzioni (Governo centrale, Regioni, Province, Comuni) è sempre più intenso e preoccupante. Tutti litigano per le competenze, le risorse e il prestigio, ma nessuno è in grado di mettere ordine. A dirimere le controversie restano solo la giurisprudenza della Corte costituzionale e la giurisdizione della giustizia amministrativa. La destrutturazione dei poteri locali è l’esito di venti anni di
riforme sbagliate. Il regionalismo è stato travolto da narrazioni opposte, ma parimenti illusorie. Il mito del federalismo si è intrecciato con la pretesa del ceto politico-burocratico di governare dal centro la complessità del Paese.
L’abolizione delle Province è stata realizzata per ragioni mediatiche, con soluzioni abborracciate e senza un ripensamento dell’ente intermedio, che sarebbe invece necessario in seguito alla
vorticosa trasformazione territoriale dell’ultimo trentennio.
I Comuni sono stati soffocati da scriteriati tagli finanziari, dall’alluvione normativa e dal “giustizialismo amministrativo”.
Quest’ultima tendenza non è bastata ad arginare i fenomeni corruttivi, ma per converso ha contribuito a intimorire anche integerrimi funzionari, i quali, di fronte alla complessità delle norme, non sono più sicuri nel firmare perfino gli atti più semplici, come è emerso con le inefficienze dei soccorsi e della ricostruzione nelle aree del terremoto.

Contributo al seminario del 30 settembre, Sala Consigliare del Comune di Vignola, di Dimer Marchi.

Il prossimo venerdì la pubblicazione sul blog del contributo di Giorgio Montanari consigliere comunale di Castelvetro

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