Costituzione, in assenza di argomenti il sì si attacca a tutto…

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Aspettiamo che oltre alla strumentalizzazione della tesi 4 dell’Ulivo ci  si dica che anche Mosè era per il bicameralismo alla Renzi/ Verdini!!

L’arma  terminale  che viene agitata contro il NO ed i partigiani della Costituzione dalla maggioranza   del PD ( non tutto, una parte ha dichiarato che voterà NO), sarebbe la tesi  4 del programma dell’Ulivo del 1996. Una tesi utilizzata contro logica e storia  ai fini di propaganda. Ecco come il prof Pertici argomenta e demolisce  con dovizia di particolari i fautori del sì che a nostro parere vogliono demolire la nostra Costituzione. Buona lettura CS

 Segue riedizione del Post

L’argomento  è ricorrente: questa riforma costituzionale sarebbe quella dell’Ulivo. Probabilmente il richiamo a questa positiva esperienza di centrosinistra è dovuto al tentativo degli  esponenti del Partito democratico, favorevoli al si’,di convincere gli elettori “ulivisti” che quella è la loro riforma.

Ora, in realtà, il governo dell’Ulivo (cioè il primo governo Prodi) si tenne lontano dalle riforme costituzionali (non aveva neppure un ministro incaricato in materia), ma nel programma presentato dalla coalizione nel 1996, in effetti, la tesi n. 4 se ne occupava (brevemente). A scanso di ogni equivoco, vale la pena riportare letteralmente questa parte alla quale i sostenitori del parallelo con l’attuale riforma si attaccano con tanta enfasi.

 

Tesi n. 4

Una Camera delle Regioni

La realizzazione di un sistema di ispirazione federale richiede un cambiamento della struttura del Parlamento.

Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.

Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole.

Le delibere della Camera delle Regioni saranno prese non con la sola maggioranza dei votanti, ma anche con la maggioranza delle Regioni rappresentate.

I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali. (…)

 Ora, salva la qualificazione del «Senato della Repubblica» (questo rimane il nome) come «rappresentativo delle istituzioni territoriali», su ognuno dei punti di merito, la riforma costituzionale del 2016 risulta distante da quella prefigurata sinteticamente nel programma dell’Ulivo. Vediamo perché andando per punti:

1) il testo del 2016 non realizza alcun «sistema di ispirazione federale». Anzi, come evidente anche a una sua prima lettura – e ammesso dagli stessi autori e sostenitori della revisione costituzionale – si procede a una ri-centralizzazione di molte competenze e all’inserimento di una forte clausola di supremazia dello Stato (azionabile dal Governo nazionale), con una significativa diminuzione di peso politico delle Regioni;

2) il testo del 2016 non prevede la presenza in Senato di (soli) «esponenti delle istituzioni regionali». I consiglieri regionali (74 su cento e più) sono eletti tra i partiti presenti in Consiglio regionale «con metodo proporzionale» e saranno quindi espressione delle articolazioni regionali dei partiti piuttosto che delle Regioni stesse. Ma il Senato sarebbe poi composto da 21 (o 22, a seconda delle interpretazioni) sindaci, che non si vede perché dovrebbero ritenersi rappresentativi delle Regioni, e infine dai senatori nominati dal Presidente della Repubblica, dagli ex Presidenti della Repubblica e – ad esaurimento – dai senatori a vita, che ancora più evidentemente – e per espressa disposizione costituzionale – non rappresenterebbero le «istituzioni territoriali» e le Regioni in particolare;

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3) il testo del 2016 non prevede nessun meccanismo idoneo a determinare che i senatori esprimano «il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza». In particolare non è prevista né la presenza di rappresentanti istituzionali (tipo il Presidente), né il voto per Regione, né nessun altro meccanismo, mentre va certamente in senso inverso, portando ad esprimere posizioni politiche di provenienza, la distribuzione proporzionale tra i partiti presenti nei Consigli regionali;

4) nel testo del 2016 non ci sono praticamente «correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole»: a parte il numero minimo di due, per il resto i senatori sono eletti semplicemente in proporzione alla popolazione, con forti differenze, da due a quattordici, estranee alle Camere rappresentative degli Stati o – come avrebbe voluto l’Ulivo – delle Regioni;

5) nel testo del 2016 le delibere non sono assunte (anche) «con la maggioranza delle Regioni rappresentate». Il voto avviene semplicemente «per teste», dove ciascuno, eletto perché esponente di un partito, voterà (normalmente) secondo l’orientamento di quel partito, come gli altri esponenti dello stesso, a prescindere dalla Regione di appartenenza;

6) il testo del 2016 non attribuisce al Senato la funzione di «deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni». Al contrario il Senato non ha specifiche competenze in merito e, viceversa, interviene, ancora secondo una logica di bicameralismo perfetto, su molte materie estranee alla competenza statale, tanto che – come ha detto l’ex Presidente della Corte costituzionale De Siervo – «paradossalmente i nuovi Senatori sarebbero chiamati a occuparsi di politica estera e comunitaria, di assetto dell’amministrazione locale, di istituti di democrazia diretta, di ordinamento elettorale delle Regioni ecc., ma non di ciò che le Regioni devono fare».

Ecco, come si vede, la revisione costituzionale su cui dovremo pronunciarci è lontanissima da quella presente nel programma dell’Ulivo (giusta o sbagliata che fosse, in tutto o in parte).

Naturalmente, che vent’anni dopo si proponga una riforma diversa non è di per sé né sorprendente né sbagliato. Ciò che lascia molto perplessi, però, non è soltanto che il testo licenziato dalle Camere lo scorso aprile elimini il voto popolare per una delle due Camere senza conseguire – ormai è evidente – l’obiettivo di realizzare una Camera rappresentativa delle Regioni, ma anche che si continui a raccontare che quello è il testo dell’Ulivo. Ciò è smentito – come si vede – punto per punto. Quando è in gioco il voto dei cittadini – quali che siano le preferenze di chi si rivolge loro – è bene essere chiari e precisi e stare al merito delle questioni (a questo siamo e rimarremo affezionati e abbiamo cercato di farlo con La Costituzione spezzata. Su cosa voteremo con il referendum costituzionale, Lindau, 2016).

Testo di Andrea  Pertici, tratto da Huffington post del 15 agosto 2016

 

 

 

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