La sfida della Cgil: la carta dei diritti universali del lavoro

carta_universale_diritti_del_lavoro_150x222Il 2015 si è chiuso in un aumento degli occupati di appena lo 0,5%, in linea con l’aumento del PIL. 8 miliardi di incentivi per le assunzioni non sono serviti a nulla, avrebbero prodotto molti più posti di lavoro se usati per investimenti e manutenzione del territorio. Il Jobs act, che doveva promuovere lavoro stabile, ha eliminato un po’ di “partite Iva” ma ha generato una marea di “voucher” e di assunzioni a termine. Anzi, liberalizzando i licenziamenti il lavoro “stabile” è diventato “instabile”, e gli imprenditori hanno recuperato un po’ del potere dei vecchi “padroni”.

La condizione di chi lavora è peggiorata e il paese continua ad essere terzultimo in Europa nel tasso di sviluppo. Serve altro per dire che la ricetta è sbagliata?

Per un quarto di secolo la Cgil ha insistito (spesso da sola) nella richiesta di una politica alternativa. Per averlo fatto è stata accusata di tutto: di essere vecchia, di gufare… Ora, dopo aver presentato un “Piano del lavoro” elaborato da decine di economisti ed ignorato da tutti i governi nazionali (ma aver contribuito al “Patto” sottoscritto nella nostra Regione), dopo aver testardamente ricercato e convenuto con le controparti e gli altri sindacati regole per la certificazione della rappresentatività di ogni organizzazione, dopo aver ricostruito con Cisl e Uil una proposta per la riforma della contrattazione e per la riapertura della vertenza pensioni, ha deciso di passare al contrattacco  avanzando la proposta di una nuova legislazione del lavoro che assicuri a tutti, dipendenti ed autonomi, quale che sia il contratto applicato, i diritti fondamentali.

La sfida è di quelle pesanti. Si tratta non solo di convincere le controparti ma anche di demolire l’idea che il lavoro è una merce come le altre. No, il lavoro è una attività umana, se non è tutelato mette in discussione il diritto all’inclusione, alla realizzazione di progetti di vita. E l’economia deve tenerne conto, così come deve tener conto dei vincoli ambientali.

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Come si affronta una sfida simile? Prima di tutto con una proposta seria, preparata da giuristi competenti. Poi bisogna che la proposta sia condivisa e sostenuta in modo adeguato. La Cgil ha milioni di aderenti, devono essere loro i protagonisti di questa battaglia. Per questo si è avviata la consultazione degli iscritti, cui si chiede di valutare e di accogliere la sfida sapendo che non sarà né facile né breve. Infine bisogna formalizzare la proposta con lo strumento disponibile, una “Legge di iniziativa popolare”. Che però ha un  difetto: il Parlamento può far finta di nulla. Per questo potrebbe essere affiancata dalla proposta di referendum abrogativi di alcune delle leggi più deleterie in materia di lavoro.

Chi, nei mesi scorsi, ha superficialmente dichiarato l’irrilevanza del sindacato potrebbe doversi ricredere, tanto più che la lotta per i diritti nel lavoro si affiancherà alla lotta di chi chiede diritti di cittadinanza più avanzati con altre iniziative referendarie su Costituzione, ambiente ed istruzione. Che condividono una domanda impegnativa: se la “modernità” é caratterizzata da una economia che non tiene conto né dei diritti delle persone né della qualità della democrazia, non  somiglia un po’ troppo al passato più remoto?

 

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