Le tasse sono una questione democratica

tasse 2Condividiamo molto le osservazioni della senatrice del PD Maria Cecilia Guerra che proviene dalle nostre terre. Osserviamo però che la sua posizione è molto distante da quella del PD di Renzi. La lettura del testo la riteniamo molto stimolante. Buona lettura CS

La paralisi dell’Agenzia delle entrate, la delega fiscale incompiuta e le contraddizioni del governo sul tema dell’evasione. Sul fisco Maria Cecilia Guerra, economista e senatrice Pd con un passato da vice ministro del Lavoro, ha le idee chiare. E non risparmia critiche al governo. A cominciare dallo scontro ingaggiato da Renzi con Junker “perché – dice- avere 35 miliardi di clausole di salvaguardia sui prossimi due anni rende meno credibile le nostre finanze e capisco che la Commissione si interroghi sul tema”.

Senatrice, serviva più rigore nella legge di stabilità?

Dico che è giusto chiedere più flessibilità, ma stando attenti a come vengono usati questi margini. Se vuole la mia, io avrei preferito una legge di stabilità centrata sugli investimenti pubblici e non su misure inutili…

Si riferisce all’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa?

È una scelta sbagliatissima, sotto tantissimi profili. Il primo è distributivo: va bene tutelare chi pur avendo tante case non ha liquidità, ma per quello bastava una detrazione. Così si snatura completamente il senso dell’imposta patrimoniale, a vantaggio di chi ha immobili di maggior valore. In secondo luogo perché comprime fortemente l’autonomia degli enti locali, e la compensazione, per come viene fatta, cristallizza l’esistente. Avere tolto l’imposta ai residenti, poi, mi sembra una cosa illogica, perché in questo modo a pagare i servizi dei comuni saranno solo le imprese e i non residenti. Senza contare che l’efficacia di queste misure sul settore immobiliare sarà nulla.

Oltre all’abolizione dell’Imu c’è il bonus alle forze dell’ordine, il bonus ai diciottenni… C’è chi l’ha definita una manovra pre-elettorale.

Guardi, glielo dico sinceramente: io odio tutto ciò che si chiama “bonus”. Non è politica, la politica richiede interventi di tipo strutturato e i bonus hanno la caratteristica tipica dell’elargizione. Può essere interpretato come una captatio benevolentiae a fini elettorali, ma al di là di questo è proprio una cosa spot che stabilisce un legame diretto fra chi dà e chi riceve. Ad esempio se si ritiene che le Forze dell’ordine abbiano una retribuzione inadeguata, che si faccia un intervento strutturale, non questo. Per i diciottenni vale lo stesso: non c’è nessuna ragione di dare 500 euro senza distinguere tra chi ha bisogno e chi no. Meglio allora investire sul diritto allo studio. E poi mi indigna il fatto che siano stati esclusi i ragazzi extracomunitari di seconda generazione, cioè nati in Italia. È una contraddizione in termini, il Pd sta sponsorizzando lo Ius soli temperato…

Tutto da buttare?

Ma no. Ad esempio trovo importante che si continui con la decontribuzione per i neoassunti, anche se l’avrei vincolata all’obbligo di mantenimento dell’occupazione per un certo periodo, una volta terminato il contributo. Così come sono buone le modifiche al sistema forfettario per gli autonomi, per quanto ci sarebbe stato bisogno di un vincolo più stringente sulla possibilità di cumularlo con il reddito da lavoro dipendente.

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Il ministero dell’Economia pochi giorni fa ha presentato gli indirizzi di politica fiscale per il prossimo biennio, che si concentrano su fatturazione elettronica, tracciabilità dei pagamenti e maggiore incrocio delle banche dati. È la strada giusta?

Sicuramente sì. La tracciabilità è fondamentale, così come la fatturazione elettronica che però ha il problema di non poter essere resa obbligatoria. Tempo fa le commissioni finanze di Camera e Senato avevano proposto la trasmissione telematica dei dati rilevanti ai fini fiscali come elemento necessario per la validità stessa della fattura, unita alla trasmissione quotidiana del saldo degli incassi, come fatto con successo in Portogallo. In Senato il governo si era impegnato a considerare questa possibilità, ma poi non ne abbiamo più saputo niente. Quella misura, se implementata e coordinata con la fatturazione elettronica, poteva avere un’enorme capacità di contrasto all’evasione.

Tracciabilità e banche dati. Eppure nella legge di stabilità il governo ha alzato il tetto al contante e per poco non tagliava le spese informatiche dell’Inps. Manca una strategia chiara per contrastare l’evasione?

Non c’è coerenza. Da un lato sono state adottate misure come reverse charge e split payment che vanno nella direzione giusta, ma dall’altra si continua a chiudere un occhio sulla cosiddetta “piccola evasione”. E sul tetto al contante voglio chiarire due cose: la prima è che è assolutamente falso dire che non c’è relazione fra contante e sommerso, tanti studi di rilevanza mondiale lo dimostrano. La seconda è che avere una soglia bassa serve soprattutto per contrastare il riciclaggio. La Francia, per dire, ha abbassato il tetto a mille euro in chiave antiterroristica. E poi a chi giova, al turismo? Gli stranieri possono già portare in Italia fino a 10mila euro, basta lasciare la carta d’identità. Solo chi vuole liberarsi di soldi incassati in nero gira con tremila euro in tasca.

Con la delega fiscale l’elusione fiscale non è più reato penale, e in più le soglie di punibilità di molti reati tributari sono state innalzate. Scelta saggia per attrarre investimenti o si rischia di svuotare l’attività di deterrenza?

Il rischio esiste. Sicuramente abbiamo ceduto qualcosa per adeguarci alle legislazioni degli altri paesi, ma è altrettanto vero che per evitare pianificazioni fiscali aggressive era doveroso fare qualcosa. Il penale non è mai stato un elemento così decisivo, però nel complesso dei decreti legislativi direi che sì, sono state allargate troppo le mani.

Da vice ministro del Lavoro del governo Letta mise a punto il nuovo Isee, che sta avendo risultati incoraggianti e dimostra che incrociando i dati si possono destinare risorse a chi ne ha più bisogno. Perché non fu esteso anche ai ticket sanitari?

Perché la norma di legge da cui origina quella riforma era riferita alle prestazioni sociali, per cui non potevamo ampliarlo. Già al tempo, però, avevamo coinvolto il ministero della Sanità nei lavori di preparazione, nell’idea che si potesse arrivare a questa applicazione che io ritengo logica. Non includere i ticket è un limite.

C’è lo spazio politico per farlo ora?

Secondo me sì. Ma prima bisogna aspettare il pronunciamento del Consiglio di Stato. Se la sentenza confermasse le posizioni del Tar del Lazio, l’Isee andrebbe comunque ripensato e in quella sede si potrebbe proporre questa estensione. D’altronde non avrebbe senso tenere fuori i ticket, stiamo parlando di servizi essenziali.

Capitolo agenzie fiscali. Dopo la sentenza della Consulta, lei ha presentato più volte emendamenti che proponevano soluzioni-ponte per superare il ‘caos dirigenti’. Ma la funzionalità delle strutture è ancora a rischio.

Si deve intervenire subito, lo spazio per farlo c’è. Anche su questo aspetto la delega fiscale è stata sottoutilizzata, perché chiedeva una riorganizzazione complessiva delle agenzie e non quel piccolo intervento che è stato fatto. Quanto alle soluzioni-ponte, la nostra preoccupazione è quella di non lasciare le strutture prive di figure di riferimento, in grado di prendersi la responsabilità sugli atti. Specialmente in un momento nel quale l’Agenzia è alle prese con un numero stratosferico di accertamenti legati alla voluntary. Credo che il problema non sia stato preso seriamente.

Quando ci saranno novità?

Quello che le posso dire è che noi della commissione Finanze stiamo insistendo moltissimo affinché il Parlamento venga al più presto messo al corrente dell’esito delle consultazioni sul nostro sistema agenziale, che sono state fatte chiamando in causa Ocse e Fmi. Per il rapporto non dovrebbe mancare molto.

La scelta di bandire un concorso per dirigenti aperto a tutti come la valuta?

Sbagliata, lo sottolineo tre volte. In un concorso per posizioni apicali non si può escludere la valutazione curriculare, è una cosa che non condivido assolutamente. Vorrei precisare però, che l’obiettivo delle commissioni non è mai stato quello di ‘salvare’ Tizio o Caio. Le nostre proposte sono sempre andate nella direzione di una procedura concorsuale in linea con quanto richiesto dalla Corte (tenendo però conto di competenze ed esperienza), senza mai alcun tentativo di “aggiramento” della sentenza.

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Da mesi la questione dei dirigenti è terreno di scontro tra Agenzia delle entrate e Mef: è in atto un gioco di potere?  L’autonomia dell’agenzia è a rischio?

Non ho elementi sufficienti, ma sarei assolutamente contraria a misure che ne compromettessero l’autonomia. Ovviamente l’Agenzia deve essere legata all’indirizzo politico del ministero. Ma tutto ciò che riguarda l’organizzazione interna, comprese le politiche del personale, devono essere affidate alle Entrate.

Prima le frizioni con il ministero, poi l’attacco frontale da parte di Zanetti: Rossella Orlandi paga anche qualche leggerezza sul piano politico? Molti ricordano ancora il suo intervento alla Leopolda…

Guardi io al suo posto, alla Leopolda, non sarei andata. Ma non credo che questo abbia influito, perché in qualsiasi contesto lei sia andata non ha mai avuto una sbavatura su quello che è il suo ruolo istituzionale.

A proposito di ruoli istituzionali, quando Zanetti chiese le dimissioni della Orlandi, lei disse: “Padoan, batti un colpo”: nella vicenda delle agenzie, il ministro continua ad avere una posizione troppo marginale?

Devo dire che anche nel confronto parlamentare non abbiamo avuto risposte compiute sul perché le proposte che noi avanzavamo non potessero essere accolte. E quale sia la posizione di Padoan su questi temi, francamente, non lo so.

E il governo, che posizione ha sulle agenzie fiscali?

Se non so quella del ministro… Diciamo che finora non ha avuto un atteggiamento molto propositivo.

Tratta da fiscoequo.it

 

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